Fortitudo Baseball Bologna

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Amarcord Fortitudo - una rubrica di Maurizio Roveri

Quelle care, vecchie battaglie

Il trittico di questo week end al Falchi ci riporta indietro nel tempo. Riviviamo, attraverso gli aneddoti di Toro Rinaldi e di Stefano Malaguti, le epiche sfide Bologna-Nettuno. Soprattutto quelle fra l’Amaro Montenegro e il Glen Grant, così aspre, fascinose, indimenticabili.

Ci sono sfide che hanno scritto la storia del baseball italiano. Quelle tra Bologna e Nettuno, ad esempio, si portano dietro un fascino speciale e le sensazioni forti d’una fiera rivalità. Sono sfide gonfie di energia, di coraggio, di orgoglio, di passione. E d’amore. Amore profondo per il baseball. Amore sconfinato per una casacca. Si potrebbe scriverne un romanzo, tanti sono i Campioni che hanno trasmesso emozioni e regalato sogni in queste “città di baseball”. E tante sono le storie, tanti gli episodi, gli aneddoti. Bologna contro Nettuno. Scontro che sa di antico, figlio di un baseball romantico. Sfida infinita. Storie di gente dura, di aspre battaglie, di grandi squadre, di imprese, di scudetti, ma anche di folclore, provocazioni, scazzottate (mai vilente, mai veramente cattive, ma dettate semplicemente da un orgoglioso antagonismo).

 

La prima volta che vidi la Fortitudo ospitare il Nettuno fu il giorno dell’invasione di campo dell’unico tifoso nettunese presente. Era il 1969. Si giocava a Casalecchio. “Sul campo della Gioventù Italiana, in via Garibaldi”, ricorda Stefano Malaguti. “Era un campo di calcio, che aveva una parte dedicata al baseball, dietro la porta verso il fiume. Durante le partite di baseball veniva tolta la porta, e le dimensioni del campo erano assolutamente regolari. C’era un regolare monte di lancio, la terra rossa a casabase e anche lungo le corsie di prima e di terza base. L’unico… inconveniente è che la parte dell’interbase e del seconda base era tutt’erba”.
Il Falchi non esisteva ancora, più precisamente era in costruzione. Primi inning di forte equilibrio, poi la Fortitudo prese un vantaggio e afferrò l’inerzia della partita. Il Nettuno non riusciva a recuperare. E gli inning passavano… Ad un certo punto un tipo tozzo, grassoccio, che già da tempo camminava irrequieto avanti-indietro ai bordi della gradinata urlando di tanto in tanto frasi colorite e anche esilaranti in romanesco, si produsse in un balzo che sorprese tutti. In un attimo scavalcò la rete metallica (che in realtà non era neanche tanto alta) e fu di là. Sul campo di gioco. Si diresse verso l’arbitro, forse  per cacciargli un ceffone. Il povero arbitro non aveva colpe se il Nettuno era sotto. Ma nello spirito del tifoso nettunese la parola sconfitta non era contemplata, non poteva accettarla, doveva ribellarsi! “Mi pare che si chiamasse Cibati, quel tifoso. E l’arbitro era Meda, uno dei più esperti e quotati”. Stefano Malaguti, mitico seconda base della Fortitudo degli Anni Sessanta e Settanta (ma in carriera ha giocato anche catcher, interbase, terza base, esterno e per sei volte è salito pure sul monte di lancio), ha ancora impressa nella mente l’immagine di quella solitaria invasione di campo. “Sì, penso si chiamasse Cibati. Era venuto solo lui da Nettuno. Un lampo. Scavalcò la rete e, qualche attimo dopo, si trovò faccia a faccia con l’arbitro. Sorprese tutti. Chi se la immaginava una cosa del genere? Non era mai capitata. Fu un episodio anche buffo. Forse non riuscì a colpire l’arbitro Meda, il quale - nel tentativo di proteggersi - si fece male a un dito. Poi, arrivammo noi e… l’invasore venne portato fuori. Credo che ci diedero vinta la partita a tavolino per invasione di campo accertata”.  Quell’anno la Fortitudo vinse il primissimo scudetto d’una storia cominciata in diamante nel 1953. In quel magico 1969 c’erano Umberto Calzolari e Gianni Lercker sul monte di lancio, Enzo Blanda a ricevere, Roger Saunders  a difendere il cuscino di prima base, Stefano Malaguti in seconda, Alberto “Toro” Rinaldi in terza, Carlino Morelli interbase. Agli esterni Angelo Baldi, Alfredo Meli, Aurelio Sarti. Completavano la squadra Enzo Naldi, Lauro Lanzarini, Ermanno Barbieri detto “Gatto”, Joseph Campagna, Luigi Malaguti, Giulio Pizzuto. L’allenatore? Gianfranco Zinno fino a… poche giornate dal termine del campionato, poi – dopo la sconfitta casalinga con la Juve Lancia Torino in una partita eccezionalmente giocatasi allo Stadio Comunale – venne sostituito da Mario Monetti. Coadiuvato dal coach Edoardo Barbato e da un giocatore carismatico e vulcanico come Enzo Blanda. E arrivò il titolo, il primo titolo di campione d’Italia per la Fortitudo Baseball. Non poteva cominciare in maniera più felice la sponsorizzazione Amaro Montenegro.
“Roger Saunders e Joe Campagna erano i due stranieri – racconta ancora Malaguti – Saunders era un militare della base americana di Vicenza, veniva a giocare quando poteva. Alto, magro, però… mangiava e tanto. Si era innamorato delle tagliatelle. Quand’eravamo al ristorante, magari in occasione di qualche trasferta, lui chiedeva sempre un piatto di tagliatelle. E, per secondo, ancora tagliatelle. Era un po’ miope, aveva problemi di vista e quando si giocava di sera non batteva mai. Però, alla luce del giorno, si trasformava: le palline le vedeva benissimo, eccome. E allora si scatenava, diventava inesorabile, tre-quattro battute valide per partita. Lo chiamavamo tutti “Cicci”, soprannome che gli aveva dato Piero Parisini. L’altro, Joe Campagna, era studente a Bologna. Lo ingaggiò direttamente Carlino Morelli ad una fermata dell’autobus. Vide questo ragazzo alto, ben messo fisicamente, accento americano, gli chiese se sapeva giocare a baseball e lui disse di sì. Così venne cartellinato. Non era granchè, per buona parte della stagione non si distinse. Fece una sola cosa molto bene, ma fu fondamentale: quel doppio contro l’Europhon, a Milano, che ci aprì la strada verso lo scudetto”.

I primi Anni Settanta del baseball italiano sono stati caratterizzati dalle epiche sfide fra la Fortitudo Amaro Montenegro ed il Nettuno targato Glen Grant. Bologna vinse lo scudetto nella stagione 1972 e nel ’74, oltre alla Coppa dei Campioni nel 1973. Nettuno campione d’Italia 1971 e 1973, primo in Europa nell’anno 1972. Due squadre forti e solidissime, quella Montenegro e quel Glen Grant. In un periodo molto intenso e interessante, per le sue novità, dell’intera storia del baseball italiano.
Stefano Malaguti, che è stato giocatore di grande intelligenza, uno studioso della tecnica e delle strategie del baseball , apre l’album dei ricordi. Riportando alla luce bizzarri episodi di un baseball eroico, di altri tempi. “Una volta arrivammo a Nettuno e appena il pullman entrò in città trovammo lungo tutto il percorso, ai bordi della strada, tanti pupazzi. Erano i pupazzi che i tifosi nettunesi avevano costruito con la paglia e ciascuno di questi pupazzi portava il nome di un giocatore della Fortitudo, e li avevano appesi – come impiccati - ai pali della luce…”.
“Quando a Nettuno in pre-partita veniva il nostro turno per fare batting practice, saltava fuori “puci puci” che era un supertifoso della squadra laziale, personaggio popolare (Mario Sangez il suo vero nome), col tamburo al collo. Si aggrappava alla rete cercando di distrarci, di innervosirci. C’era tanto folclore in quelle situazioni. Una volta “puci puci” si presentò con una grande terrina piena di spaghetti e, con la sua caratteristica ironia, ci prendeva di mira: Aoo, bolognesi, mo magnamo, se riempimo o’ cannerone e stamo mejo de voi… “.

Non soltanto folclore. La rivalità fra Bologna e Nettuno era così forte che ci sono state anche grandi tensioni, tante discussioni, alcune risse, diversi episodi strani: ad esempio dei fuoricampo bolognesi (uno di Alfredo Meli, un altro di Toro Rinaldi) che vennero trasformati in “doppi” perché in quell’ambiente, con quel pubblico, gli arbitri finivano per essere condizionati.
“Abbiamo avuto anche momenti difficili a Nettuno – prosegue Stefano Malaguti - ricordo il giorno della mia primissima partita a Nettuno. Era il 1962, quella volta si giocò in un campo che non aveva lo spogliatoio. C’era una rete altissima tra il campo e la gradinata degli spettatori, eppure arrivò come piovuta dal cielo una bottiglia di Coca Cola a pochi centimetri dal nostro catcher Gianni Spada. Per uscire, a fine partita, avemmo dei problemi, l’atmosfera non era delle più rassicuranti:  e allora scappammo di gran corsa, con la casacca ancora addosso e gli spikes, ciascuno raccolse una mazza e riuscimmo a prendere al volo l’autobus che stava passando di fianco al campo. Ci infilammo così, nell’autobus per arrivare in stazione a prendere il treno”.
“Tuttavia – osserva l’ex seconda base della Fortitudo – ho sempre apprezzato lo spirito e l’orgoglio dei nettunesi. Era stimolante confrontarsi con loro. Io personalmente mi esaltavo molto quando andavamo a giocare a Nettuno, infatti in quelle partite avevo un rendimento superiore alla mia media. Mi eccitavano quelle sfide”.
“Sono sempre state battaglie durissime. Però debbo dire che, a livello personale, sono poi rimasti buoni ricordi dei giocatori di allora. E’ vero, si discuteva, qualche volta abbiamo fatto a botte, ma tutto era dovuto alla tensione di quelle sfide. Poi, ci si ritrovava in Nazionale, e si stava insieme, si scherzava. C’era rispetto”.

“Un’altra partita che non riesco a dimenticare è datata 1971. Qui a Bologna. Al Falchi. Noi dell’Amaro Montenegro eravamo sotto di un punto. Il Nettuno in quegli anni aveva all’interbase un americanino di colore, Earl Hayes, piccolo, magro, scattante, agilissimo. Ad un certo punto mi trovai nel box di battuta in una situazione da sfruttare, con Toro Rinaldi in seconda base e un solo out. Colpìì bene la pallina, mi venne davvero una bella battuta, tesa, pensavo ad una valida sicura e al punto del pareggio. Invece… ‘sto Hayes fece un balzo in alto come non avevo mai visto, riuscì a toccare con l’estremità del guanto la pallina e a deviarla, la palla anziché andare indietro si innalzò e Hayes nel cadere l’agguantò al volo. Rinaldi, pensando che passasse, s’era staccato dalla base. Arrivò così un doppio gioco difensivo che mise fine alla partita. E noi perdemmo di un punto”. Quell’anno il Glen Grant Nettuno vinse l’undicesimo dei suoi sedici scudetti, aveva i fratelli Enzo e Alfredo Lauri lanciatori, un giovanissimo Bruno Laurenzi (14 homers nel 1971) ricevitore, il cast degli interni formato da Faraone, Mirra (66 battute valide), Caiazzo, Hayes e la linea degli esterni composta da De Renzi, Monaco, Costantini. Manager Giampiero Faraone.

“Quella volta che Alfredo Meli, a Nettuno, fece fuoricampo ma loro s’inventarono che la pallina era uscita di rimbalzo e gli arbitri ci cascarono, noi vincevamo 6 a 0. Ci raggiunsero sul 6 a 6 perché gli arbitri non chiamavano mai eliminato. Alla fine perdemmo, perché fecero di tutto per farcela perdere”.

In un’altra occasione – sempre contro il Nettuno - la Fortitudo si trovò in emergenza con i lanciatori. Calzolari e Lercker non stavano bene. Allora Vic Luciani, straordinario interbase, disse: Lancio io! Andò sul mound, tirò alla grande per tutte le nove riprese e Bologna vinse quella gara per 2 a 1.

Stefano Malaguti già nei suoi ultimi anni da giocatore faceva parte dello staff tecnico. Era il più stretto collaboratore di manager Alfredo Meli. Poi, Malaguti è diventato capo-allenatore della Fortitudo: tre stagione, nel 1979, 1980 e 1981. E proprio nell’81 (primo anno di sponsorizzazione Del Monte, dopo gli anni della Biemme) Stefano da manager lanciò in serie A due giovanissimi prospetti che poi… sono diventati fra i più grandi giocatori-Fortitudo di tutti i tempi: Roberto Bianchi e Bebe Messori. Contemporaneamente si dava piena fiducia ad Alex Giorgi e Andrea Landuzzi, ai quali veniva affidato per la prima volta un ruolo da titolari.
“Roberto Bianchi lo feci debuttare subito, la mia intenzione era di fargli assaggiare la massima serie un po’ alla volta, per gradi, invece… non mi fu più possibile toglierlo. Perché? Perché, semplicemente, era già diventato il miglior battitore della squadra. Sì, Bianchi aveva doti naturali speciali, ma anche tanta voglia di imparare, di lavorare. Nel boom di Roberto ha avuto una buona parte di merito Hiro Tsugawa, nostro prezioso collaboratore giapponese, perché lui si è preso cura personalmente di Bianchi: e tutti i giorni, ripeto tutti i giorni, Hiro portava Bianchi al campo un’ora prima dell’allenamento della squadra e gli faceva fare cento battute. Sicuramente Roberto Bianchi è stato il giocatore più allenabile che io abbia avuto da manager. Perché ascoltava, seguiva molto e non si tirava mai indietro quando c’era da allenarsi intensamente. Roberto è stato forte di suo. Fisico, talento, potenza. Però la sua vera grande forza è stata quella di continuare sempre, anno dopo anno, a lavorare duro, rigorosamente, per crescere e migliorarsi sempre di più”

Alberto Rinaldi, il giocatore bolognese di baseball più popolare di tutti i tempi, il primissimo italiano ad aver giocato una stagione intera negli Stati Uniti a metà anni ’60, parla volentieri del Nettuno e di cosa rappresenti il territorio nettunese per il baseball italiano. “Toro” ammette di avere grande simpatia e rispetto per il Nettuno B.C. e per i nettunesi. In fondo, la storia del nostro baseball è nata tutta lì. E Nettuno è la città del baseball per antonomasia. Un Club che vanta 16 scudetti, 1 Torneo d’Oro (che praticamente è un altro scudetto perché in quel 1958 i nettunesi non vennero inseriti in serie A perché considerati troppo forti…), 5 Coppe dei Campioni, 3 Coppe Ceb, 2 Supercoppe europee, 3 Coppe Italia.
“Dopo la Fortitudo, che ovviamente è la squadra del mio cuore dove ho giocato per tredici stagioni e dove poi sono stato coach di Vic Luciani, è proprio il Nettuno il club che rispetto e ammiro di più. Per la sua storia, per il suo prestigio. Soprattutto per il suo spirito, quello autentico che c’era una volta. Quand’ero ragazzino e giocavo con i più grandi di me come età, in via delle Grazie, nel campo delle Fiamme Oro, sognavo di diventare un campione come quelli di Nettuno. Avevo 17 anni e lasciavo l’Italia per correre verso la grande avventura americana: in quel periodo i miei idoli erano Faraone, Glorioso, Macrì, Caiazzo, tutta gente che io ho sempre visto con profonda ammirazione. Quei campioni del Nettuno avevano un modo tutto loro di giocare, molto americano, anche perché il baseball è nato in quel territorio, ad Anzio, con l’arrivo dei soldati americani”.
E adesso Toro ci sorprende con una… confessione. “Sì, dopo la Fortitudo che è la squadra del mio cuore, io avrei voluto allenare il Nettuno. Per tanti motivi. Ad esempio, vivere i sapori, l’atmosfera d’una cittadina dove si respira baseball, dove ad ogni angolo si parla di baseball, dove si vive di pane e baseball“.
Strano, sentire queste parole da un bolognese, uno di quelli che per anni e anni è stato un acerrimo. Ma è proprio per questo motivo che le parole del popolare “Toro” Rinaldi indicano inequivocabilmente l’ammirazione per i nettunesi e per il loro modo di interpretare il baseball. “Anche se… mi sembra che il Nettuno di oggi abbia perso buona parte di quello spirito ruggente d’una volta”.
“Io ho dei ricordi bellissimi delle grandi sfide fra noi e loro. Bellissimi e anche tosti. Le scazzottate? Succedeva. Le discussioni, le baruffe, le provocazioni erano un fatto normale. Quando noi dell’Amaro Montenegro dovevamo affrontare il Nettuno, la settimana che precedeva la sfida era caratterizzata da una elettricità che la sentivi nell’aria, la respiravi. C’era una tensione positiva, come se volessimo allenarci più intensamente, con più determinazione. Volevamo farci trovare pronti alle battaglie con il Nettuno”.
“E poi… i nettunesi giocavano sempre in maniera molto aggressiva, estremamente aggressiva, andavano anche fuori dalle righe. Però, io li perdono e a quelli di Nettuno voglio bene lo stesso”.
Toro ricorda un episodio accaduto a Bologna. “Il Nettuno arrivava qui con cinque sconfitte alle spalle. Io dissi ai miei compagni e all’allenatore: Occhio, perché i nettunesi vengono qui e non vogliono più perdere una partita… Infatti giocarono da duri, finì a botte, discussioni varie, vincemmo noi per 8 a 7 dopo una gara di forte tensione. C’era quel fascino tutto nettunese che, debbo dire, oggi mi manca”.

 

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